Architetto Carlo Serafini

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Negli anni ’80, giovane architetto neolaureato, ho partecipato ad importanti esperienze professionali che mi hanno portato a confrontarmi con le realtà, in quegli anni in atto, nei Paesi Arabi, allora improvvisamente con forza emergenti sullo scenario internazionale.

Un gruppo di giovani architetti–ingegneri romani/salernitani, formatosi con grande naturalezza e guidato dall’architetto Ulderico Cristadoro e dall’ingegnere Onorato Angrisani, intraprese con successo un’attività di progettazione architettonica e realizzazione che riscosse illimitata fiducia, forte attenzione e consensi da parte delle personalità emergenti dei Paesi Arabi, che vedevano l’Italia quale protagonista della scena architettonica e del design internazionale.

Mi riferisco, in particolare, solo per ricordare i lavori più significativi, a:

  • Edificio residenziale a Manama, Bahrain

  • Villa per il Sindaco di Manama, Bahrain

  • Garage per 800 posti macchina ad Hail

  • Edifici per abitazioni a Jeddah

  • Edificio per uffici di compagnie aeree “Attar Travel Center” a Jeddah

  • Edificio “Down Town” per uffici e garage pubblico per 500 posti auto a Jeddah

  • Progetto di piscine coperte ed annesso edificio polifunzionale per la Guardia Nazionale Saudita a Jeddah

Ed ancora, enucleate a parte perché decisamente emergenti rispetto a tutte le altre commesse, le residenze private di due figli dell’allora Re Khalid bin Abdulaziz:

  • S.A.R. Principe Hamoud Bin Abdul Aziz Al Saud a Riyadh

  • S.A.R. Principe Muqrin Bin Abdul Aziz Al Saud a Riyadh

La presenza italiana, forte come suo solito, della sola voglia di fare, ritengo che fosse in quegli anni alla pari, se non al di sopra, di molte imprese internazionali che iniziavano allora a lavorare nei Paesi Arabi, loro sì con alle spalle spinte, mezzi ed energie decisamente superiori alle nostre.

In quanto molto spesso diretto partecipante agli incontri internazionali collegiali che gli sceicchi intrattenevano contemporaneamente con tutti i manager attivi per i più svariati lavori di sviluppo del Paese, mi sento comunque di poter affermare che eravamo noi italiani — anche grazie alla nostra capacità di rapportarci rispettosamente con realtà così distanti da noi, oltre certamente ad una certa affinità di aspetto e carattere — a riscuotere le maggiori attenzioni, che arrivavano molto spesso, come nel caso di S.A.R. Principe Muqrin Bin Abdul Aziz Al Saud, fino a riservatissimi incontri e inviti nella sfera familiare più privata, insieme a tutti i membri della famiglia e dell’entourage del principe.

Purtroppo, al di fuori di questa realtà “autocostruita” a noi favorevole, altrettanta attenzione ed assistenza non abbiamo ricevuto dalle strutture governative italiane presenti sul posto, rendendo in tal modo irreversibilmente impari, con il tempo, il confronto con le altre grandi forze imprenditoriali straniere ben organizzate e supportate dai loro consolati ed ambasciate.

A me è sembrato che molte realtà italiane presenti sul posto, piano piano, si siano così andate spegnendo per mancanza — fa male dirlo — di forza imprenditoriale, di pressapochismo e, a volte, anche di preparazione commerciale. Moltissimi gli imprenditori italiani che ho visto aggirarsi nel Paese, impossibilitati a lasciarlo perché privi di visto di uscita, negato per problemi che avevano sollevato la riprovazione delle forze locali.

Rivedere oggi le immagini di quelle città che ne descrivono lo sviluppo tumultuoso realizzato in questo, sia pur breve, intervallo di tempo — città che ci hanno visti protagonisti in quelle prime fasi di frenetica espansione — mi fa ancora soffrire, in quanto italiano, perché credo che testimoni le molte opportunità che allora la nostra, in assoluto non minore, capacità professionale non ha saputo cogliere appieno.

Non conosco ora la situazione che attualmente vivono le forze imprenditoriali italiane, che sicuramente avranno saputo ricostruire con il tempo una loro capacità operativa, ma resta comunque in me, dopo quella fantastica esperienza, la convinzione della necessità — che spesso ci manca — di fare squadra, per affermare il fare italiano, il lavoro che ha prodotto un marchio riconosciuto nel mondo: il “made in Italy”, il nostro amore che solo noi sappiamo mettere nel modo di rappresentare il nostro proporci sulla scena internazionale.

Ed è questo il motivo che mi ha portato a valutare con estremo interesse, e a mettere a disposizione la mia, sia pur limitata, esperienza alle giovani forze imprenditoriali, per rafforzare la proposta che viene dalla Camera di Commercio Italiana negli EAU, in quanto ritengo che sia necessaria a colmare una carenza storica del nostro Paese: contribuire all’Italian Industry & Commerce Office in The UAE (IICUAE).